Dieci scelte per favore

1. Il latte prodotto da allevamenti intensivi non è un alimento sostenibile.
2. Il modo in cui ci alimentiamo non è sostenibile e nessuno ci insegna come mangiare in maniera migliore, per noi e per l’ambiente.
3. Siamo troppi, eliminare l’intensivo di punto in bianco oltre che utopico ci lascerebbe morire di fame. O meglio, non moriremmo di fame, ma permettersi lo stesso stile alimentare di prima con costi di conseguenza più elevati non sarebbe sostenibile per il nostro portafoglio.
4. Anche l’agricoltura inquina, e tanto. Cibarsi quasi esclusivamente di vegetali provenienti dall’agricoltura industriale non è sostenibile.
5. Dovremmo imparare a fare l’orto, ma qualcuno ne ha davvero voglia? E dove si fa l’orto a Milano, a Bologna, a Torino? Se vogliamo del latte dovremmo mungere i nostri animali, ma ho le prove che il massimo che si ottiene la prima volta è un bicchiere scarso e un dolore persistente alle braccia.

6. Il latte etico e sostenibile esiste? Dipende. È sostenibile il latte di pecore libere e selvagge, grasse e contente di pascolare in ampi spazi, curate e trattate bene dai loro pastori? No, non se il pastore deve vendere il proprio lavoro a 80 centesimi al litro (un bicchiere d’acqua al bar lo pagate 20/30 centesimi, fate due conti), non se le sue braccia vengono sfruttate da qualcun’altro.
7. Un latte è sostenibile quando è prodotto da animali sani e felici e da allevatori che lavorano il giusto, guadagnando quanto spetta loro per le loro competenze. Le immagini orribili e violente di tanti allevamenti intensivi sono dalla parte opposta del mondo di chi in piccole aziende chiama per nome i propri animali, ne riconosce il passo, il muso e il carattere e mai si permetterebbe delle violenze gratuite su di essi.
8. A chi vede dello sfruttamento nell’atto di mungere una capra (o qualsiasi altro animale) rispondo solo che è normale, perché forse ne ha viste poche. Per dirne una, vengono da sole a farsi mungere, anche se hanno il capretto con loro, anche senza l’uso di mangime per attrarle. Questo accade, ovviamente, quando sono trattate bene. Vogliono un posto riparato, al caprile lo trovano, vogliono farsi curare, il capraro lo fa, vogliono non morire vittime di predatori, il cane le difende.
9. Non possiamo eliminare l’allevamento intensivo ma possiamo scegliere, come consumatori, cosa mangiare e dove acquistare quello che mangiamo. Possiamo preferire il mercato al supermercato per l’acquisto di vegetali, le uova di galline n.0, di acquistare latte e derivati, così come la carne, da piccoli produttori. In generale, possiamo mangiare più legumi, più frutta e verdura e soprattutto evitare di riempire il frigo di alimenti che poi sprechiamo.
10. Cosa c’entra l’antropologia? Le piccole realtà agro-pastorali sono un intreccio complesso di tradizioni, innovazioni, saperi e competenze che permettono loro di resistere al sistema industriale dei grandi capannoni, all’insostenibilità cui è votata la produzione di tipo intensivo e a modelli di vita sempre più globali e dannosi per l’ambiente. Non c’è nulla da salvare e preservare, perché non si salvano e non si ingabbiano le persone in stili di vita che li costringono a vivere una vita che non vogliono. C’è semmai qualcosa da valorizzare, e da premiare, in chi sceglie consapevolmente di lavorare in un certo modo mettendo in campo delle competenze rare e che alla fine si rendono utili a tutti. Fare antropologia del paesaggio significa riconoscere in queste persone e nel loro lavoro una ricchezza da raccogliere e da condividere, per scegliere in modo sempre più consapevole e sano cosa mangiare. Siamo quello che mangiamo perché siamo anche tutte quelle ragioni e quelle scelte che ci portano a decidere che impronta lasciare sul pianeta a partire dalla nostra tavola.

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