Cos’è la ricerca sul campo (I) : la crisi esistenziale

Sono sveglia dalle 5, per nessun motivo apparente, e quando mi hanno spiegato come si fa ricerca sul campo nessuno me lo aveva detto. Mi hanno preparato all’idea di dover organizzare un trasloco, di dover imparare un’altra lingua, salutare i miei amici e andar via, ma mi è spesso stata venduta come un’esperienza in cui buttarsi, da vivere tutta d’un fiato e con entusiasmo. Nessuno mi aveva detto che prima del campo, degli scatoloni da riempire, del dizionario e dei saluti c’è un buco nero. Un buco nero “grande così” come quando da bambini allarghiamo le braccia per far vedere ai nostri genitori quanto è grande il bene che proviamo per loro.  

Un mese fa è stato pubblicato l’ultimo libro di Laura Secci. La vita, il carcere, la libertà del “bandito dagli occhi di ghiaccio”, il suo viso stampato sulla copertina e le pupille severe che guardano altrove. È una biografia romanzata che cerca di illustrarne la figura in maniera imparziale, ovviamente senza riuscirci. Ho letto il libro, sbirciato la bibliografia e proprio come accade nei romanzi mi sono sentita trascinare verso quei titoli, come se tra le pagine si fosse improvvisamente aperto un portale spazio-temporale, un nuovo mondo in cui non sarei più andata in Kazakhstan ma in Sardegna, nella terra di mia madre e di mia nonna e delle nonne prima di lei. E io non ho opposto resistenza.   

Donne di Lula (ci sono anche bisnonna Zizzedda e la sorella) negli anni ’60. La foto è presente nel libro I pascoli erranti: antropologia del pastore in Sardegna (1989) di Giulio Angioni.

La Sardegna che “ho” vive soprattutto nei racconti di mia madre. Uno spiraglio su questo legame di sangue per me quasi sconosciuto si apre a volte sui fogli di pane carasau (Susy picca zu pane!) che mamma bagna e fa ammorbidire, e mi ricordano le merende con nonna, all’insegna della semplicità “pane e zucchero”. Ci sarebbero anche i suoi di racconti, ma purtroppo manca da diversi anni e io potrei star dimenticando la sua voce. Nonna Luigina Dora Boe è nata a Lula (Lùvula) il 22 maggio 1934 da bisnonna Zizzedda e bisnonno Matteo. È di famiglia l’unica tabaccheria del paese, ora gestita dalla mia prozia N., la signora che finì qualche anno fa sui giornali per aver cacciato a mani nude un ladro armato di coltello. Se condividiamo anche solo mezzo gene vi conviene non farmi arrabbiare.

Bisnonna Zizzedda, a cui assomiglio un bel po’

Sarebbe stato più facile, ma non è colpa della pandemia se non vado più in Kazakhstan. Anche se ho passato gli ultimi due anni a immaginarmi lì la realtà è che pur essendo una persona di natura indecisa non ho dubbi sull’ambito a cui intendo dedicare le mie energie e che per me fa parte di un disegno più grande, in cui la mia generazione si impegna a tutelare e valorizzare stili di vita sostenibili anche e soprattutto in Italia: i contesti agro-pastorali, e in questo caso specifico quello della Barbagia. Non si tratta di arricchire lo stereotipo dei sardi=pastori, ma di riconoscere nel loro lavoro un ruolo chiave nella tutela dell’ambiente. Svolgono un mestiere di fatica, senza ferie e giorni festivi, prendendosi cura degli animali e del paesaggio in cui vivono. Chi nel contadino e nel pastore vede una persona ignorante, lontana dalla vita reale, congelata in uno stile di vita “arretrato” vorrei si sentisse invitato a cambiare idea. Il pastore sardo non munge più a mano, non vive negli ovili e ovviamente parla anche l’italiano, lotta, come tutti, per i propri diritti e contro le imposizioni degli industriali che rischiano di far soccombere chi non si adegua alle nuova modalità di produzione. Non tutti i pastori vogliono fare i pastori, ma finché lo sono e ci sfamano sarebbe come minimo doveroso il tentativo di conciliare le esigenze del mercato lattiero caseario con quelle di chi rende possibile la sua esistenza.

Questo cambio di direzione, dall’Asia Centrale alla Sardegna, questo buco nero, me lo sono scelto, l’ho desiderato ardentemente. È nero solo perché va riempito di risposte che devo trovare e prenderanno il posto delle mille domande che precedono la partenza. Credo che riportarle qui renda l’esperienza etnografica più viva e avvicinabile per chi si chieda cosa faccia davvero l’antropologo/a.

Non so in quale altra disciplina umanistica la prima domanda a balzare in testa preparando una ricerca sia “sono fisicamente pronta?”. Per un’antropologa non è scontato. Mi sono chiesta se sono allenata abbastanza per sopportare alzatacce, una vita lontana da casa senza miei ritmi, se passare dalla pianura alla montagna mi creerà dei problemi.
La seconda, “ho i vestiti adatti?”. Dovrò stare molto tempo fuori casa, “quanti gradi ci saranno? Se pioverà ci sarà fango a terra? Dovrò comprarmi delle scarpe adatte?”, ma soprattutto “chi mi porta a fare shopping da Decathlon?!”.
Pur nutrendo profondo rispetto per pecore e caprette trascorrerò il mio tempo in compagnia dei pastori, “quanto ci metterò a capire tutto ciò che mi viene detto se mi verrà detto in sardo? Sarò di disturbo? Il mio genere e la mia età mi negheranno l’accesso ad alcune informazioni?”
Vivrò stabilmente a Nuoro (“quanto costa l’affitto? chi saranno i miei vicini di casa?”), per poi spostarmi e raggiungere quelli che accademicamente chiamiamo “interlocutori” ma che io preferisco pensare come “collaboratori” (io scriverò e farò la ricerca, ma solo grazie al loro supporto e a ciò che vorranno insegnarmi). “Chi saranno? Dovrò sempre farmi presentare da qualcuno?”
Facendo una ricerca sul paesaggio non potrò fare a meno di conoscere la morfologia del territorio, la flora e la fauna locali. Una volta conosciuto il luogo dovrò imparare a spostarmi, con mia grande sofferenza, in macchina. “Avrò paura di guidare per le strade di montagna? Qual è il distributore più vicino per fare benzina? Quanto spenderò di benzina al giorno?”

E queste non sono nemmeno le domande che mi spaventano di più.

Mi sentirò sola?
Mi mancherà il Veneto?
E se non riuscissi a farmi accogliere da nessuno?
Cosa succede se l’emergenza sanitaria peggiora? (per le domande legate alla pandemia credo di dover scrivere un articolo a parte)
Sarò felice?

Quanto è importante la felicità della ricercatrice per la buona riuscita della ricerca?

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