Contestualizzare Indro Montanelli

[ Da post Facebook 15/6/20]

Voglio dire la mia sulla statua di Montanelli?

No.

Voglio rispondere a chi dice sia necessario contestualizzare le sue parole e le sue azioni?

Sì, qui si parla di razza e razzismo, di colonialismo e “costumi di quelle lì, che a 14 anni sono già donne”. E ho letto troppe risposte da non lasciar passare in sordina.

Già prima che per Montanelli arrivasse il momento di posare piede su suolo africano due fra i più grandi antropologi di tutti i tempi scrivevano:

There is no fundamental difference in the ways of thinking of primitive and civilized man. A close connection between race and personality has never been established.- F. Boas, 1911

Nor are there, it must be added, any savage races lacking in either the scientific attitude, or in science, though this lack has been frequently attributed to them.- B. Malinowski, anni ’20

Perdoniamo a Franz e Bronislaw i termini “primitivo” e “razze selvagge” (la terminologia sì che è colpa del loro tempo!). Le conclusioni contano: crediamo e parliamo diversamente, ma universalmente condividiamo le stesse capacità mentali, e la stessa possibilità di razionalizzare il mondo. E allora chi sono “quelle lì”, “le donne dei paesi tropicali”, questi animalini docili che vanno spose a 14 anni? Donne dei loro tempi. Abitanti di, evidentemente, società complesse in cui il matrimonio aveva determinati valori culturali. Ma contestualizzati, anche questi, tutto meno che irrazionali.

E arriva Montanelli, che probabilmente di antropologia non sapeva molto ai tempi, sempre i suoi tempi, e nel ruolo di italiano in Abissinia sposa Destà (“pare avessi scelto bene”, come quando si tastano i cocomeri al supermercato) . Per poi dirci in successiva intervista (anni’60) molto girata in questi giorni “che lì si faceva così, in Africa è un’altra cosa”, era normale. Insomma, ai selvaggi andava bene. Quindi mi chiedo: ritenendo questo un costume arretrato, pre-civile, perché adeguarsi? Lui non era un maschio bianco occidentale che non avrebbe mai potuto toccare una dodici/quattordicenne italiana? Perché lo fa? Diciamo l’ovvio : perché Destà non è una bambina, è un animaletto.

Frantz Fanon, nel 1960, scrive:

Credo siano parole di terribile forza e verità.

“Ok, ma l’accademia, l’antropologia, era solo un pischello, come poteva sapere di queste voci esperte?”

Benissimo. Quanto rispetto e pentimento (perché spero concorderemo sul fatto che ci sarebbe dovuto essere) percepite nelle parole dell’intervista del 2000? E l’antropologia in quei 60 anni ha fatto passi da gigante, ha abbondonato i termini” primitivo” e “selvaggio”, ha criticato il colonialismo che pure era la sua culla. C’è stato stato tempo sufficiente per ritrattare la sua posizione e soprattutto per meditare sulle parole da usare nel riferire la propria esperienza. Se dobbiamo contestualizzare, non contestualizziamo solo i pochi anni in Africa, parliamo di tutti gli anni a seguire in cui le sue parole avrebbero avuto il potere di riqualificare la sua persona, riconoscendo gli orrori del suo tempo. Questa riflessione non c’è stata, ha continuato ad ostentare il suo sguardo etnocentrico, a nutrire la visione che vede il Nord del mondo come padrone del Sud del mondo, inerme, arretrato. Docile.

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