Perché l’antropologa di quartiere?

Il primo lavoro che ho voluto fare è stato la botanica. Andavo a camminare nei boschi con papà e riportavo indietro foglie e fiori per attaccarli con lo scotch su fogli sparsi che poi finivano ad ammuffire nei cassetti. C’è stato anche un breve periodo in cui sono stata affascinata dalla critica d’arte. Essendo una particolare schiappa a dir male di chiunque sono felice di aver cambiato idea. C’è stato però un momento più lungo, durante le scuole elementari, in cui aspettavo il sabato sera per guardare “Ulisse” e addormentarmi sul divano aspettando papà mi prendesse in braccio per portarmi a letto. Poi aspettavo il martedì mattina per vedere la maestra Poddi e raccontarle la puntata. La maestra sbucciava un mandarino durante la ricreazione, e io con sicuri strafalcioni le raccontavo della conquista della Dacia, o, con più interesse, della puntata “sulle tribù dell’Africa”. La maestra mi ascoltava e tra una ricreazione e l’altra mi insegnava a leggere e a scrivere, e io, bambina particolarmente solitaria che non sapeva giocare con i compagni di classe, imparavo a non sentirmi più così sola. Di quelle puntate sull’Africa ho davvero un vago ricordo e probabilmente riguardandole oggi rivaluterei la carriera da critico d’arte notando nell’Albertone una tendenza a isolare in un mondo lontano ed esotico le comunità incontrate. Quello che invece ricordo è che da quel momento ho sempre voluto fare l’antropologa, pur non sapendo cosa fosse l’antropologia. Che poi, ne esiste davvero una definizione chiara e non contestata da nessuno? L’Uomo fa davvero fatica a stare dentro i limiti tracciati dagli antropologi per dare alla propria disciplina una veste scientifica. Come quando volevo fare la botanica, ho capito che mi piace portare a casa le cose che vedo, che incontro e che mi affascinano. La differenza è che invece di catalogarle io so di poterle solo raccogliere, e invece di farle ammuffire in un cassetto io le voglio condividere.

Sul perché mi piacciano i quartieri ho dovuto riflettere più a lungo. Sono cresciuta in una città industriale ed operaia, tra le più inquinate d’Italia e ogni volta che torno mia madre mi aggiorna sulle ultime persone che hanno scoperto di avere un tumore. Nonostante le grigie immagini fin qui evocate il nome del mio quartiere è “Città Giardino”. C’è un posto migliore dell’incoerenza per allevare un’antropologa? Ho vissuto accanto al fiume Nera e per attraversarlo ho sempre camminato su un ponte trafficatissimo, tappandomi il naso con la manica del cappotto. Ho vissuto in una città circondata dai monti, città che poi non si vedeva una volta salita in cima perché nascosta dallo smog. In una regione in cui è impossibile scattare belle foto al paesaggio perché ci sarà sempre un viadotto a contaminare la visuale, o la colonna di fumo di un inceneritore. E una delle prime cose belle che l’antropologia mi ha insegnato è stato a non crucciarmi per il fatto di non poter capire tutto, di non poter classificare sotto etichette chiare e specifiche quello che vedo, perché le società umane sono estremamente complesse e per questo vanno “ricercate”. E allora sì, il nome del mio quartiere è forse la prima incoerenza della mia vita. E il fatto che sia un quartiere sta anche lì a ricordarmi che ogni grande insieme è fatto di piccole realtà, di cui bisogna rispettare la specificità, anche se questa ci impedisce di fare le generalizzazioni che tanto ci fanno sentire al sicuro.

C’è anche un altro motivo, in realtà, per cui l’idea del quartiere mi piace tanto, e poggia i piedi nella distinzione tra “antropologia accademica” e “antropologia applicata”. L’antropologia accademica “produce discorsi”, li scrive in libri che forniranno il materiale per il lavoro degli etnografi del futuro, insegna a quelli che devono ancora partire “come si fa”. È imprescindibile. L’antropologia applicata è quella che molla la cattedra universitaria, le monografie e la polvere che c’è sopra per andare sul campo della vita vera, e rende l’antropologia una disciplina viva e utile. Di questa categoria fanno parte gli insegnanti, gli educatori, i mediatori culturali, gli etnopsichiatri, interpreti di contesti delicati, e chiunque faccia ricerca con lo scopo di renderla veicolo di un cambiamento positivo per le persone che incontra, o semplicemente ne valorizzi le esistenze facendo in modo che ai cambiamenti troppo forti e imposti resistano. Anche questa è imprescindibile se si vuole vivere l’antropologia non come una professione ma come una modalità nuova di porsi nei confronti degli Altri e della diversità, delle incoerenze, nei confronti dei rapporti di potere, del cambiamento e delle tradizioni, e del dialogo che c’è tra le comunità del mondo e tra queste e i luoghi che abitano.

È un sacco di roba, eh?

Gli occhiali giusti per osservare tutto questo si fabbricano leggendo i libri polverosi di cui sopra, ma di nuovi, e più concreti,  se ne scrivono solo indossandoli un giorno e non togliendoli mai più, andando in giro per il mondo o rimanendo a casa propria, ma sfruttando questa visione desiderosa di essere più ampia per far parte di un cambiamento che sia positivo. Il mio professore ci ha sempre detto di “andare lontano”, ma mai in senso geografico. Le persone, tutte, sono “lontano”, hanno da dirci cose a cui noi non ci siamo ancora avvicinati, e che non raggiungeremo mai, perché non siamo loro. Ma da qualche parte bisogna cominciare.

Quindi comincio da quello che ho vicino. Idealmente, scrivere e condividere con chi leggerà questo blog è un modo per “parlare al mio quartiere”, per condividere quello che i miei occhiali vedono e sperare che la mia vita e il mio lavoro siano sempre “applicati” ai bisogni, agli interessi, alle curiosità degli altri, e alla loro voglia di guardare un po’ più lontano.

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